Alessio, ex hikikomori

30 Gennaio 2023

“Non ho scelto di isolarmi e di rimanere isolato. È che ti sembra di non avere strumenti, mezzi, non sai come uscirne”. Le valutazioni dello psicologo sociale

Marco Crepaldi è lo psicologo sociale che ha scoperto per caso il fenomeno grazie alla lettura di un romanzo giapponese, “Welcome to the NHK”, di Tatsuhiko Takimoto, definitosi lui stesso un hikikomori. Nel 2013 studia, approfondisce e divulga il tema con il blog hikikomori.it. Nel 2017, fonda l’associazione nazionale “Hikikomori Italia” che porta avanti progetti di supporto psicologico e sensibilizzazione sul tema dell’isolamento sociale volontario. Seguirà la comunità dei genitori, “Hikikomori Italia Genitori”, costituitasi ufficialmente nel medesimo anno. “L’obiettivo comune è quello di sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni al fine di ottenere il riconoscimento ufficiale non come una psicopatologia, ma come un disagio di origine sociale il cui intervento non si deve focalizzare esclusivamente sul ragazzo che ne soffre, ma deve agire su tutto il contesto sociale, in particolare sull’ambiente scolastico e familiare.

Attenzione però, dire che l’Hikikomori non sia una patologia non significa che possa essere trascurato in quanto un isolamento prolungato può favorire tutta una serie di disturbi e di psicopatologie, come la depressione o i disturbi da ansie. Sono fondamentali la sensibilizzazione e la prevenzione perché bisogna intervenire prima che l’isolamento si cronicizzi e diventi continuativo nel tempo”. La presa in carico terapeutica di qualcuno che decide di sparire dalla società e di rinchiudersi nella propria camera è un lavoro delicato e complesso. Il ragazzo non cerca aiuto, vive cercando di rendere invisibile il proprio corpo alla società. La psicoterapia individuale, la terapia familiare, la psicoeducazione, la farmacoterapia, sono modalità terapeutiche tentate. In generale, l’obiettivo è quello di rompere l’isolamento e spingere la persona ad adottare un ruolo attivo nella società. Insomma, i ragazzi hikikomori scappano dalla realtà e dal mondo esterno, ma, allo stesso tempo, sono interconnessi perché creano una rete di rapporti virtuali. Quindi, esiste una sorta di “socialità”.
Marco mi concede di poter parlare con Alessio, un venticinquenne “ex hikikomori”.

“La mia esperienza nasce da una serie di fallimenti scolastici. Mio padre pretendeva molto da me e mi ripeteva che avrei dovuto superarmi ed essere perfetto.”

«Mi sono definito per tanto tempo così. Adesso sto lasciando progressivamente questo nomignolo, questa etichetta. Conobbi una ragazza,
tempo fa, con la quale instaurai un bel rapporto di amicizia. Quell’incontro mi ha riavvicinato alla vita, mi ha dato la spinta per accettare le cure e piano piano sono stato meglio. Sai, non scegli di essere hikikomori. Almeno, parlo per me. È un impulso irrazionale. Non ho scelto di isolarmi e di rimanere isolato. È che ti sembra di non avere strumenti, mezzi, non sai come uscirne. Sapere che non ero solo e che c’erano tanti altri ragazzi come me, un po’ mi ha aiutato. Diventi hikikomori senza saperlo. Stai male fuori, ma non stai bene nemmeno dentro. Ho sentito un profondo senso di ingiustizia perché non arrivavo mai ad essere e sentirmi all’altezza delle situazioni. Più vai avanti con questo
stato d’animo, più senti che perdi tempo, ti disperi perché non trovi soluzioni. Rifiuti i contatti con i genitori, con l’esterno e quindi anche con chi potenzialmente potrebbe aiutarti. La mia esperienza nasce quando avevo sedici anni. Accumulavo una serie di fallimenti scolastici. Non riuscivo ad andare bene in alcune materie, non mi trovavo bene a scuola, saltavo le lezioni e spesso mi assentavo. Proprio le assenze hanno causato la mia bocciatura, nonostante avessi la media del sette. Ma a mio padre non bastava. Pretendeva molto di più da me e mi ripeteva che non ero andato abbastanza bene, che avrei dovuto superarmi ed essere perfetto. Come se non bastasse ho avuto un burnout, ogni cosa era diventata un problema e una sofferenza: la classe, l’autobus, soddisfare le richieste e le aspettative dei miei genitori, quelle sociali… Con i miei ho sempre avuto un rapporto conflittuale, soprattutto con mio padre. Ora però, lui, a differenza di mia madre, è molto attivo nell’associazione Hikikomori Genitori. Rispetto a qualche anno fa, la situazione a casa è migliorata, ma non ti nascondo che l’atmosfera, i continui litigi, in passato mi hanno portato a chiudermi ancora di più”. Alessio parla con un tono di voce molto pacato. Percepisco lo sforzo emotivo nel dialogare con me, ma accolgo con gratitudine e stima il tentativo di farsi forza ed aprirsi.

«Vorrei mandare un messaggio a chi vive il disagio che ho vissuto io: ragazzi, se ne può uscire. Nonostante la sofferenza che si prova, alla fine, prima o poi, in qualche modo, se ne esce. Perché ci sono anche tante cose belle nella vita che si possono sperimentare. Credo che sia fondamentale informare gli adolescenti tra i 14 e i 16 anni che l’isolamento non è la soluzione e quanti pericoli si possono incorrere. L’isolamento può creare dei veri e propri disturbi mentali. Vorrei che questi ragazzi non facessero i miei stessi errori, si può scoprire una strada differente per trovare sé stessi”.

Alessio ha ripreso uno stile di vita più sano. Segue la terapia e porta avanti più lavoretti. Si prende cura dei suoi nonni quando ne hanno bisogno. Porta a passeggio Leo, il suo cane, due volte al giorno. “Tempo fa le uscite con il cane mi facevano stare veramente male, era davvero faticoso. Mi è stato regalato con la speranza di un aiuto e con l’aspettativa che fossi in grado di prendermene cura. Ti lascio immaginare”. Non riesco a trattenere una domanda sul futuro, perché mi viene spontaneo capire che visione e che prospettive abbia per la sua vita. Come si vede da qui a dieci anni, se si vede? Sospira. «Sì, mi vedo. Cerco di vivere il presente, non so cos’altro dirti. È difficile. Mi vedo forse a vivere da solo, o magari in compagnia di qualcuno. Non so. Vorrei comunque poter continuare a lavorare con e per gli anziani”.

Poco prima della fine della nostra chiacchierata, richiama la mia attenzione: «Non ti ho raccontato del mio attivismo ambientale! Faccio parte del “Fridays for future” (movimento per la giustizia climatica, nato nel 2018 grazie a Greta Thunberg.ndr), ma dopo 9 ore di presidio può capitare che venga a mancarti la motivazione… a volte pensi che fai tanto lavoro per nulla. Uno dei miei cartelloni preferiti recita una frase non mia: “Nessuno di noi è così forte come tutti noi insieme”.

Caro Alessio, 540 minuti in esterna è un passo da gigante che commuove. Che importanza ha se non c’è un riscontro considerevole durante quelle faticose ore di presidio, l’importante è che tu faccia il tuo, nel tuo piccolo. E questo tuo piccolo, a mio parere, è immenso. Scappavi da una società che oggi tenti di salvare. E quella frase, certo, è anche tua. L’hai fatta tua, nella tua vita e nelle tue battaglie, proprio così come facciamo nostre le poesie o le canzoni, come questa di Chico Buarque de Hollanda.

La solitudine non è la mancanza di persone con cui parlare, mangiare,
passeggiare o fare l’amore.
Quella si chiama Carenza.
La solitudine non è ciò che sentiamo per l’assenza di coloro che amiamo,
e che non torneranno.
Quella si chiama Malinconia.
La solitudine non è il ritiro volontario che le persone, a volte, impongono a
sé stesse nel tentativo di ricostruire i propri pensieri.
Quello si chiama Equilibrio.
La solitudine non è il claustro involontario che il destino ci infligge
affinché possiamo riappropriarci della nostra vita.
Quello si chiama Principio di natura.
La solitudine non è il vuoto intorno a noi.
Quella si chiama Circostanza.
La solitudine è molto più di questo.
La solitudine è ciò che arriva quando smarriamo noi stessi
e girovaghiamo invano alla ricerca di quella che una volta
è stata la nostra anima.

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